Tav: la Francia ci ripensa e getta nel panico i difensori del pensiero unico che zavorra il Paese

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I francesi dicono no alla Tav e mandano in frantumi il pensiero unico di Monti e dei media di regime: quanto ci servirebbe un leader che ci indichi una nuova frontiera!

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Sulla Tav tra Torino e Lione in buona sostanza i francesi ci stanno ripensando, se non proprio sulla realizzazione dell’opera quantomeno su costi e tempistica. La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno nei palazzi del potere e nei media di supporto: da noi la corrente mainstream dell’informazione, soprattutto in televisione, ha sempre rappresentato i No Tav ora come dei villici cafoni fuori dal mondo e dalla storia, ora come dei violenti decisi a sfruttare qualsiasi pretesto pur di creare tensioni e scontri con le forze dell’ordine (o del disordine, vista l’esperienza del G8 di Genova e l’ultima sentenza della Cassazione).

In realtà, chiunque distolga ogni tanto l’attenzione da Raiset e dai giornali di regime, sa benissimo che, al di là delle ragioni e dei torti, tra i contrari all’alta velocità in Val di Susa c’è un’intera comunità, fatta di giovani, anziani e famiglie, e una compagine sempre più numerosa e autorevole di ingegneri, economisti ed esperti di ogni genere, che fuori da qualsiasi condizionamento ideologico giudicano l’opera dannosa, inutile e antieconomica.

Ma è propria dell’ottusità e dell’arroganza del pensiero unico, oggi incarnato dal governo Monti e dai partiti e dai media che lo sostengono, l’incapacità di confrontarsi con punti di vista alternativi e di smuoversi da una visione manichea dove tutto è bianco o nero.

Soprattutto, il pensiero unico è incapace di andare oltre gli schemi dati, di adottare soluzioni avanzate, di ragionare oltre i limiti del contesto e darsi l’ambizione di riscrivere le regole del gioco. È un pensiero sterile e asfittico, di cui Mario Monti è un degno rappresentante, perché è un tecnico del capitalismo, un ragioniere buono a far tornare i conti nel sistema attuale di regole e scambi, in sostanza nell’economia neoliberista del tardo capitalismo.

Un leader politico invece, uno vero - non parliamo dei relitti democratici e piediellini che appoggiano Monti, è qualcuno che sa guardare oltre, che si pone l’ambizione di offrire un orizzonte di cambiamento e di progresso, di evoluzione sociale ed economica, di miglioramento reale del sistema e delle sue regole, mai e poi mai considerate come dei totem intoccabili ma come delle risorse sempre perfettibili e migliorabili. Un vero leader politico è qualcuno che ci sa parlare di una nuova frontiera, tanto per citare uno degli ultimi grandi uomini di governo del secolo scorso. Da noi ormai sanno parlare solo di spread e tasse. E pure male.

(Foto - Infophoto).

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