Morte in diretta e risate choc: quando il vicino d'ombrellone è un mostro

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Il giovane vicino d'ombrellone legge di un uomo morto per dissanguamento dopo un incidente domestico e viene preso da un attacco di risate...

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Credo che la bellezza del mare si possa godere appieno solo in situazioni di scarso affollamento, se non proprio di solitudine. Inoltre il guaio della spiaggia che pullula di bagnanti è che sei condannato, volente o nolente, a sentire le fesserie dei vicini d’ombrellone. Domenica scorsa, in una località dell’oristanese, non lontano da me un ragazzo sui 20-25 anni rideva a crepapelle mentre leggeva un articolo di giornale che raccontava della morte accidentale di un uomo, e trascinava nella sua ilarità anche un ragazzino, forse un fratello o un cugino più piccolo.

Lì per lì non ci ho fatto molto caso, pur ovviamente infastidito da quell’atteggiamento, poi mi è capitato tra le mani l’articolo che ha scatenato il divertimento del ragazzo, vi riporto il sommario della prima pagina: “E’ bastato un attimo di distrazione e la notte di festeggiamenti per la vittoria dell’Italia (sulla Germania, ndb) è finita in tragedia: un disoccupato di Tempio, Antonio Idda, 52 anni, è morto dissanguato dopo la caduta su un tavolino di cristallo nella casa di via Istria dove viveva con la madre e il fratello. Insieme a lui aveva visto poco prima la partita. Poi l’incredibile incidente: una scheggia di vetro gli ha reciso l’arteria femorale e non gli ha dato scampo. Idda non ha chiesto aiuto e ha cercato inutilmente di tamponarsi la ferita. L’ha trovato l’anziana madre, in bagno, ormai incosciente e in un lago di sangue”.

A meno di non considerare il mio giovane vicino d’ombrellone, e il ragazzino che sghignazzava con lui, uno psicopatico, credo sia il caso di porsi qualche domanda. Partendo dalla più banale: come si fa a ridere di una notizia del genere? Come si fa ad essere tanto idioti e insensibili? A non vergognarsi neppure un po’ di un comportamento così cinico e disdicevole? Un comportamento che, temo, non sia così raro: del resto quotidianamente leggiamo di casi d’indifferenza di fronte alla sofferenza e alla morte altrui.

Non per buttarla subito sulla televisione, ma tra le cause di questa apatia emotiva non mi sentirei di escludere del tutto una analisi sui contenuti dei media. I quali, credo, hanno favorito un processo di banalizzazione e di dissacrazione della morte. Il discorso sarebbe molto lungo, ma è innegabile che sia nell’informazione (sempre più attenta alla cronaca nera e propensa a rappresentare la violenza senza filtri) che nell’intrattenimento (dagli action movie dove il numero di morti ammazzati è direttamente proporzionale al divertimento fino ai telefilm sulla polizia scientifica con tanto di riprese necrofile sui cadaveri), la morte sia diventata un fatto banale, direi neutro, spogliata com’è della tragicità che gli è propria, o che gli dovrebbe essere propria nella vita reale.

Tutto questo nelle menti più fragili, nelle persone meno istruite e intellettualmente dotate (le due cose si rafforzano a vicenda come è noto), non passa indenne. Perché ci vuole un poco di intelligenza e di sensibilità per capire la differenza tra la morte in un cartone animato, che può risultare divertente solo in ragione del suo carattere di finzione e irrealtà, e la morte raccontata in un articolo di cronaca nera. Una morte vera, che ha lasciato la sua scia di dolore e disperazione in una casa, in una famiglia e in una comunità.

(In alto, una veduta de S’Archittu, la località di mare citata nell’articolo. Foto di Virginia Abis).

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