La bella giornata di Checco Zalone e i mal di pancia di destra e sinistra

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Leggevo di un dirigente del Pd che, all’ultima riunione dei veltroniani, ha commentato amaramente il successo del nuovo film di Checco Zalone - che ha superato gli incassi de La vita è bella di Benigni - visto come un segno del decadimento culturale degli italiani. Sulla stessa linea il ministro della Difesa La Russa, deluso e stupito dell’entusiasmo suscitato dalla pellicola del comico pugliese.

È facile immaginare cosa abbia disturbato il buonista di sinistra e il duro e puro di destra. Il primo deve aver trovato indigesto il racconto dell’Italia come paese di furbi e di familisti amorali, dove le parentele e le raccomandazioni contano più di qualsiasi istruzione o capacità e dove l’ignoranza e la mancanza di senso civico sono ormai titoli di merito. L’altro si è evidentemente infastidito per la rappresentazione dei militari, descritti non già come fervidi patrioti disposti a mettere in gioco la vita per l’onore del Paese - come vuole la solita retorica nazionalista - ma come dei poveri diavoli alla ricerca di uno stipendio sicuro per l’estinzione del mutuo.

Il fatto è che la politica, anche quella più dignitosa, continua a parlare - non si capisce bene quanto per semplice esercizio propagandistico e quanto per convinzione - di un Paese migliore dei suoi governanti, migliore dei primi ministri che telefonano in questura per far rilasciare le loro mignotte, migliore di sindaci e professori universitari che assegnano poltrone e cattedre ai parenti, migliore degli imprenditori che brindano al disastro del terremoto. Ma quest’Italia migliore non si capisce bene dove sia e per quale arcana ragione esprima una classe dirigente così impresentabile e corrotta. La possibile risposta a questa domanda sembra invero piuttosto semplice ma fa molta, molta paura. E infinita tristezza.

(In alto: una scena di “Che bella giornata”, il film di Checco Zalone).

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